….un po così

La vedi subito quando una donna è stanca, e come se di colpo si siede su un tavolo prende la sua clessidra e pian piano comincia a riprendersi il suo tempo. La vedi svuotata, illusa, delusa, come se si è accorta di colpo che la sua strada è vuota, che in quella percorsa non c’era nessuno, non c’è mai stato nessuno. Quando una donna è stanca di tutto, te ne accorgi subito, dallo sguardo, dai movimenti, nel fare l’amore. Non la vedi più con quella armatura che indossava ogni giorno, non la vedi più con quel sorriso dopo aver pianto, quello che passava sopra a tutte le cose, non la vedi più riempire i vuoti degli altri, senza mai riempire i suoi. Le donne stanche non le vedi più vivere a cento all’ora, camminano, e ogni passo che fanno e sempre dosato, è un pezzo di strada che si riprendono. Non si sentono più dei trofei, da alzare e conquistare. Decidono di cominciare a guardare la realtà e indossarsela sulla pelle, e se gli racconti una favola, diventano più stanche. I loro giorni sono diventati tutti uguali, maledettamente uguali, non cercano neanche più un motivo bugiardo per svegliarsi la mattina, anche piccolo, e in questo non si sentono più sconfitte. Rassegnate, le vedi lì, ogni giorno più forti senza più donarsi al prossimo di turno, senza più la voglia disperata di trovare un emozione. Abbiamo “ucciso” le donne e le favole che stavano dentro di loro, le abbiamo viste sorridere e il sorriso glielo abbiamo tolto, le abbiamo viste donarsi e le abbiamo tradite, e adesso che sono senza più quella armatura che le rendeva forti, felici e spensierate, le lasciamo lì, con il nostro egoismo, accusandole che non sanno più sognare, che non sanno più amare, quando già lo facevano prima. Il tempo passa, anche quando si pensa che ormai è finito, la clessidra si riempie, le ferite si cicatrizzano e le strade diventano uniche, e loro, guardano dritto e non vedono più uscite, e il mondo, cominciano a lasciarlo agli altri, senza più credere che ci possa essere altro. Perché le donne sono così, puoi ferirle e illuderle mille volte, ma quando si stancano cominciano ad essere quello che sono in natura veramente. Donne.

E quando cominciano ad esserlo mettono da parte i loro sogni, il futuro e le speranze, si ricordano di difendere la loro dignità, di non farsi calpestare, di essere se stesse, di chiamarsi per nome, di riprendersi, di amare ancora, ma solo ciò che hanno messo al mondo. Le donne stanche le vedi lì, silenziose, straziate dalla vita sono diventate come le foglie d’autunno, ingiallite si fanno trascinare dal vento, si sono staccate da quel albero che non dava più ossigeno, senza più la voglia di costruirsi un destino, perchè hanno capito che il destino non possono truccarlo. Si può essere donne senza essere mogli, si può essere donne rimanendo mamme, si può essere donne senza essere prede. Si può essere semplicemente donne, stanche, senza più nessuno da amare. Ma donne…

– Davide Bianco – fonte Cuore Impavido

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Innamorati
Innamorati di una persona che ama guardarti dormire. Che ti sussurra parole belle mentre lo fa, come se ti cantasse una nenia lenta e sconosciuta che solo nei tuoi sogni puoi ricordare.

Innamorati di una persona che come primo saluto, al mattino usa un “Come stai?”. Non perché tu stai male, ma perché per lei la cosa più importante e che tu stia bene.

Innamorati di una persona che ti bacia all’improvviso, senza un motivo, per avere ogni volta l’emozione di un amore che sorprende. Qualcuno che usa gli abbracci invece delle parole quando sei triste, e che, invece dei consigli usa il battito del suo cuore per calmarti.

Innamorati di una persona che ti dedica canzoni tutti i giorni, perché ogni canzone gli ricorda te. Per questo tu sei una fragola, una meravigliosa creatura o una bella stronza tutto nello stresso giorno.

Innamorati di una persona che la pensa in modo totalmente opposto a te, ma che ha sempre voglia di ascoltare la tua opinione. Che passi serate intere a spiegarti il suo punto di vista. Che si incazzi in modo esagerato se tu non sei d’accordo, e che vuole fare pace facendo l’amore.

Innamorati una persona che ti prende in giro, una persona che ama ridere più che sorridere.

Innamorati di una persona curiosa e che ama viaggiare, ti porterà a fare snorkeling con le megattere, alpinismo sull’Everest, bungee jumping sulla Macau Tower, surf in Australia. Poi ti leggerà Orgoglio e Pregiudizio sotto un’immensa quercia in Inghilterra, e tu ovviamente piangerai per Darcy e odierai Elizabeth, ma solo all’inizio. Cavalcherete in Andalusia, e ti canterà una serenata in un castello Irlandese dopo un’ubriacatura di Guinness. Ma ti ricorderà sempre che casa sua sarà solo dove sono poggiati i tuoi occhi e i tuoi piedi, tutto il resto del mondo fa volume.

Innamorati di una persona che sa isolarsi nella malinconia dei suoi silenzi, che capisce l’importanza di un pianto liberatorio.

Innamorati di una persona che ama la tua libertà, la tua indipendenza e che rispetti le tue scelte. Ma che ogni tanto ti faccia una sfuriata di gelosia, perché in fondo tu sei il suo mondo.

Innamorati di una persona che abbia il miglior odore dell’universo, quello che riconosceresti ovunque, quello unico che solo tu puoi apprezzare. Quell’odore tanto simile alle tue emozioni.

E, alla fine, innamorati di quell’unica anima che potrai mai amare con tutto te stesso. Non accontentarti di un amore mediocre, di un amore che non è amore. Innamorati perché non ne puoi fare a meno, non perché non vuoi stare solo.
Stefania LeoNoir

CIAO PA, CI VEDIAMO MARTEDÌ …..bella…bellissima

Arrivò di corsa, come sempre. Un appuntamento di lavoro lo aveva impegnato più del previsto. Suonò il campanello. Si sentì una voce dietro l’uscio:

– Chi è ?

– Sono io.

Si udì il rumore metallico delle chiavi che giravano nella toppa e la porta si aprì, lentamente un vecchio sorridente fece capolino.

– Ciao papà, come stai?

– Mah, siamo qui. Tu?

– Stanco. Nicolò ha di nuovo la febbre e la notte non si dorme. È già la seconda volta in due settimane.

  L’uomo si tolse la giacca e la posizionò sull’appendiabiti, vicino alla porta. La casa era sempre uguale, non cambiava mai nulla. Il profumo entrando, era sempre lo stesso, quello della sua infanzia. Da quando la mamma non c’era più però, un’atmosfera diversa avvolgeva impercettibilmente le stanze.

– Dì a tua moglie di portarlo un po’ dalla pediatra.

– Si, si l’ha già chiamata, andiamo domani. Ti ho comprato le medicine, tieni.

Posizionò il sacchetto della farmacia sul tavolo della cucina.

– Grazie, quanto ti devo?

– Niente, siamo pari, ti dovevo i soldi del libro che mi hai comprato la settimana scorsa.

I due si misero a sedere in cucina, uno di fronte all’altro.

Il figlio propose: – Facciamo una partita a carte?

– Va bene.

– Le prendo.

L’uomo si alzò, apri il primo cassetto della cucina, accanto ai fornelli, tirò fuori due mazzi di carte e disse: – Scala o burraco?

– Burraco.

– Ok.

Mischiò le carte. – Le do io?

– Va bene, io faccio i mazzetti.

– Hai uno sguardo serio, corrucciato. C’è qualcosa che ti preoccupa?

– Mah, al lavoro le cose vanno così e così. C’è crisi, non so come andrà a finire.

– Dovete andare fuori, all’estero. Cosa ci fate ancora qui?

Guardò il padre, poi distolse lo sguardo. Non ebbe il coraggio di dire quello che stava pensando: “Sto qui per te papà, perché sei tutto quello che rimane della nostra famiglia e non posso lasciarti solo.” Invece rispose:

– Sai, è per il bambino, non sarebbe facile adattarsi. Dovrebbe lasciare il suo mondo, i suoi amici. Poi Chiara ha la sua attività, dovrebbe abbandonare tutto, su due piedi, dopo tanti sacrifici. Non credo sarebbe d’accordo.

– Siete giovani, se non lo fate ora, non lo farete più. Questo paese non ha nulla da offrire, andate via!

– Papà, temo che la situazione sia ovunque la stessa.

Così dicendo, dopo aver distribuito undici carte a testa, lasciò che il padre iniziasse il gioco. Quando fu il suo turno, pescò una carta inutile dal mazzo e la scartò sbuffando. Il padre raccolse tutto lo scarto ed il figlio disse:

– Prendi tutto?

– Prendo quello che mi serva.

– Papà.

– Dimmi.

– Alla mia età, hai mai avuto paura.

– Spesso. A volte non dormivo la notte per la preoccupazione di non sapere come mandare avanti la famiglia.

– A volte ho l’angoscia di non riuscire, di perdere tutto.

L’anziano, lo guardò di sottecchi, senza sollevare il capo, poi abbassò nuovamente lo sguardo. Fece una pausa e disse:

– Invecchiando ho capito che a tutto c’è soluzione. Sei in gamba, non ti preoccupare. Qualsiasi cosa succeda, te la caverai.

E così dicendo, mise tutte le carte sul tavolo, scartò è andò al mazzo.

– Che fortuna che hai sempre!

– Si, anche.

Il padre sistemò ancora un re e posizionò una scala di cuori sul tavolo. Poi fu il turno del figlio, che pescò e scartò la stessa carta e disse scocciato:

– Tocca a te.

– Vedi Luca, la vita è una sorpresa continua. Io ormai sono vecchio e stanco, ma tu hai ancora tutto da vivere e da vedere. Ti succederanno cose che non avevi pianificato e saranno le più belle, ma anche le più terribili. Tu accogli tutto quello che arriva come un’opportunità. Ci affanniamo per avere mille accessori e poi il mondo è tutta tra due braccia, quelle di tuo figlio, di tua moglie o di un amico. Sono queste le cose che contano, a cui devi dare spazio, che non devi trascurare. Tutto il resto va e viene. Tutto quello che io ho conservato nel tempo, quello che è rimasto con me, sono i miei ricordi, i miei affetti. L’esistenza è un soffio meraviglioso, potessi tornare indietro mi godrei la dolcezza dei momenti che nella quotidianità sfuggono: l’istante in cui ho conosciuto tua madre; la prima volta che ti abbiamo portato a casa; la sera quando ti mettevamo a dormire; la mattina, quando ti venivamo a svegliare per iniziare una nuova giornata; la prima volta che ti sei innamorato; la prima volta che ho preso in braccio mio nipote. E’ stato un viaggio bellissimo, per assaporarlo completamente bisognerebbe affrontarlo una seconda volta. Se tu avessi la mia età, capiresti che tutti i problemi, che in questo momento ti tolgono il sonno, sono fugaci, passeggeri, futili. Di tutto questo ti rimarrà solo il ricordo delle persone cha hai intorno.

Guardò il figlio negli occhi. Chiuse il ventaglio di carte che aveva in mano, lo posò sulla tavola. Allungo entrambe le braccia, appoggiò le mani sulle spalle del figlio e continuò:

– Vivi figliolo, vivi senza paura. Trova il tempo di ridere, di vedere posti nuovi. Coltiva gli amici, sono importanti quanto l’amore. E poi ricordati di regalare dei fiori a tua moglie, lasciale dei bigliettini sul cuscino, accanto alla tazzina della colazione, dentro la borsa. Dille tutto quello che provi per lei, trova il modo di farla sentire sempre speciale. Anche Nicolò, non sgridarlo troppo. Te lo dico per esperienza, passa sopra a certe cose, non sono importanti, lo capirai col tempo. Ridi con tuo figlio, passa con lui più tempo che puoi, crescerà in un attimo, senza che tu te ne renda conto.

– Tu ora parli così, ma quando ero ragazzo io non la pensavi allo stesso modo.

– Lo so, ma si cambia. L’esperienza ci insegna tante cose. La vita è una maestra inflessibile, impartisce le sue lezioni con perseveranza e cinismo.

Il figlio prese una carta dal mazzo e finalmente fu in condizione di scendere. Posizionò sul tavolo una scala di picche, un tris di assi, quattro sette e una scala di cuori. Forse stava sbagliando gioco, aveva ancora due carte in mano e non riusciva ad andare al mazzo. Non riusciva a concentrarsi. Scartò e chiese:

– Papà hai paura di morire?

– Alla mia età la morte diventa una compagna. Si è portata via la mamma, i miei fratelli, quasi tutti gli amici. Non la posso temere, quando arriverà ritroverò gli affetti che mi hanno dimenticato qui. Spero.

– Hai mai pensato ad arrenderti? Dico seriamente, staccare la spina, dire basta?

– Credo, credo di no. Ci sono stati momenti difficili, in cui ho creduto di non farcela, ma la resa, credo di no, credo di non averci pensato. Ci siete tu e Nicolò. Perché me lo chiedi?

– Così

– Cosa vuol dire “così”?

– Ultimamente mi capita di chiedermi come sarebbe la vita delle persone che ho intorno senza di me. Secondo te faccio la differenza? Voglio dire, se domani finisse tutto? Se tutto scomparisse, come un’illusione? O meglio tutto continuasse senza la mia presenza, rimarrebbe il vuoto della mia assenza? O lentamente verrei riassorbito dal flusso della vita?

– Ma che domande sono? Figlio mio che pensieri brutti! Certo che si sentirebbe la tua mancanza. In maniera insostituibile.

– Tu dici?

– Io vivo l’assenza della mamma in tutto ciò che faccio. Mi sveglio la mattina, allungo la mano e la cerco al mio fianco. A volte mi sembra quasi di percepire il suo profumo. Mi lavo, mi vesto e mi sembra di sentire la sua voce che mi rimprovera: “Hai lasciato tutto il dentifricio sul lavandino, pulisci per favore!”. Faccio la spesa e scelgo la frutta, i formaggi che preferiva. A volte mi trovo a cucinare i suoi piatti preferiti, solo per avere in casa le stesse fragranze di quando c’era lei. Talvolta sono in piedi, davanti allo specchio, e lei mi parla: “Sistema il colletto e poi butta via questa camicia lisa”. Non mi libererò mai di quella camicia, è stata l’ultima che mi ha comprato. Lei ormai è dentro di me. Per la tua famiglia è la stessa cosa.

– Per te è diverso papà, avete vissuto insieme più di cinquant’anni.

– Ascoltami Luca, non farti prendere dallo sconforto. Se qualcosa non va, abbi il coraggio di cambiarla. Se non abbiamo il coraggio di cambiare quando le circostanze lo richiedono, se preferiamo chiudere gli occhi e abbandonarci alla disperazione, piuttosto che lottare per stare bene, la nostra vita perde significato.

– Non è così semplice.

– Invece lo è. Il problema è che quando siamo infelici ci abituiamo all’infelicità e dimentichiamo che la felicità esiste ed è altro.

  Il padre raccolse tutto lo scarto, lo riunì in un mazzetto e poi lo mise con le altre carte che aveva in mano. Le sue mani erano aggrinzite, tramavano impercettibilmente. La sua vista non era più quella di un tempo. I suoi occhi, una volta limpidi come l’azzurro del cielo estivo, erano annacquati, velati, avevano perso la loro intensità. Sembravano più piccoli, sotto il peso delle evidenti rughe che segnavano la pelle. Del giovane bello, prestante e spavaldo degli anni sessanta non rimaneva nulla. Al suo posto un anziano, incurvato, con pochi capelli bianchi sulle tempie. Il rossore degli occhi raccontava storie di lacrime versate negli anni, ma quando rideva, la sua risata aveva sempre la stessa energia.

  Si leccò l’indice, per separare un sette di denari da un quattro di picche. Fece spazio sul tavolo e poi, una carta alla volta, sistemò una scala di denari, quattro sei, attaccò una pinella alla scala di cuori esistente, scartò l’ultimo tre di fiori che aveva in mano e disse:

– Ho chiuso.

– Uffa, vinci sempre tu! Che ore si sono fatte?

– Non riesco a vedere. Guarda l’orologio sul forno.

  Luca si piegò leggermente in avanti e con le gambe spinse la sedia, mentre si alzava in piedi. Era un bell’uomo. I suoi occhi blu erano intensi, i capelli neri, brizzolati sulle tempie, gli conferivano il fascino dell’uomo maturo, sicuro di sé. Sebbene vestito in maniera informale, era di un’eleganza impeccabile. In questo assomigliava al padre. La polo blu, perfettamente aderente, lasciava immaginare un fisico prestante, modellato da una corretta alimentazione e dalla pratica sportiva. Era molto curato, eppure le sue mani raccontavano una storia diversa: sciupate, le unghie malridotte, lasciavano traspirare ansia e preoccupazione. Alla mano sinistra la fede ed un Hublot, ultimo modello, a rimarcare il suo buongusto.

– Sono le 18:00, devo andare Papà, mi dispiace.

– Non ti preoccupare, vai, vai. C’è la famiglia che ti aspetta. Dai un bacio al bambino e a tua moglie.

– Grazie papà, mi ha fatto piacere parlare con te.

– Anche a me.

– Ti voglio bene papà, anche se non te lo dico mai.

– Lo so. Anche io ti voglio bene.

– Ciao, vado.

Prese la giacca blu dall’attaccapanni. Infilò il braccio destro, quello sinistro e si sistemò il colletto. Controllò in quale tasca fossero chiavi e cellulare, dopodiché allargò le braccia per serrarle dietro la schiena del padre.

  Da giovane, quando lo abbracciava, quel corpo era la sua montagna. Si appoggiava alla sua pancia per essere avvolto e protetto dalle braccia del genitore, per sentirsi al sicuro. Ora, i ruoli si erano invertiti. Nel cingere quel anziano consumato dagli anni, lo sentì fragile, precario, indifeso.

  Aprì la porta di casa. Quando aveva già varcato la soglia, si voltò e disse: – Ci vediamo martedì, se riesco, ok?

Mentre pronunciava queste parole premette il pulsante per chiamare l’ascensore.

– Certo, quando riesci, non ti preoccupare.

  L’ascensore arrivò e l’apertura delle porte fu accompagnata da un suono metallico. Entrò e disse:

– Ciao Pa.

– Ciao Luca.

  L’uomo si voltò e con la mano fece un cenno al padre che sorrideva. Provò una nota di malinconia nell’osservare le porte dell’ascensore chiudersi davanti al vecchio padre.

  Quella fu l’ultima volta che lo vide.

  
Di 

Cristina Pongiluppi

….Alice. .

Ma tu mi ami? chiese Alice.No, non ti amo rispose il Bianconiglio.

Alice corrugò la fronte ed iniziò a sfregarsi nervosamente le mani,come faceva sempre quando si sentiva ferita.

Ecco, vedi? -disse Bianconiglio- Ora ti starai chiedendo quale sia la tua colpa, perchè non riesca a volerti almeno un po’ di bene, cosa ti renda così imperfetta, frammentata. 

Proprio per questo non posso amarti. Perchè ci saranno giorni nei quali sarò stanco, adirato, con la testa tra le nuvole e ti ferirò. Ogni giorno accade di calpestare i sentimenti per noia, sbadataggine,incomprensione.

 Ma se non ti ami almeno un po’, se non crei una corazza di pura gioia intorno al tuo cuore, i miei deboli dardi si faranno letali e ti distruggeranno.

 La prima volta che ti ho incontrata ho fatto un patto con me stesso: mi sarei impedito di amarti fino a che non avessi imparato tu per prima a sentirti preziosa per te stessa. 

Perciò Alice no, non ti amo. 

Non posso farlo

Voglia di sognare. …e liberarsi dal marciume. …

La donna, per come la vedo io Jack, non è mai una conquista. Le terre si conquistano. 

La donna è un premio. 

Quella vera è una rarità per pochi. 

E si lascia corteggiare solo da chi ha mente ed anima per farlo. 

Una donna che sappia meritare questo nome, devi saperla tenere. 

Non con le catene. 

Con sentimento. 

Con passione. 

Con tutta l’emozione che puoi. 

Angelo De Pascalis
#AngeloDePascalis 

#sottoilvestitolanima

Un brano bellissimo….

“Era ferma, per quanto una come lei potesse rimanere ferma, che mi mostrava la lingua e muoveva la testa a scatti come a scacciare delle mosche insistenti. Poi, dopo aver salutato con leziosità mia madre ed essersi assicurata che non potesse essere vista, iniziò a mimare un abbraccio mieloso atteggiando le labbra a cuoricino e indicando la mia mano ancora avvinghiata a quella di mamma. Lei aveva perduto la sua all’età di tre anni. Con il tempo mi sono convinto che fosse da ricercare in quest’assenza il suo carattere d’acciaio, la sua tempra incorruttibile, il suo sempiterno e spavaldo ostentare i muscoli mentali. Era rude come una roccia corrosa dal salmastro, ma in fondo, nel centro del cuore, era un vetro soffiato dal vento. Questo era: una ceramica delicata travestita da roccia. Con spigoli duri, indubbiamente, ma pur sempre un animo fragile e facilmente spampinabile come lamponi maturi. Mi stava impietosamente canzonando, ma sono sicuro che la sua fosse solo nostalgia d’un tempo perduto nel passato, di quando anche lei aveva una mano dolce da stringere nella sua; il suo ero lo sguardo maligno d’Adamo che si affaccia, ormai scacciato, ai cancelli dell’Eden.”

Lo trovate qui…

 https://avvocatolo.wordpress.com

Delle millemari

… L’unica rimasta è  rinchiusa in una bolla….

Non entrano né escono parole
Non entrano né escono emozioni
Non entrano né escono sorrisi.
Nulla
Chiuso
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mari